soprassedere per parlare di qualcosa di più interessante, nonostante i miei canoni per la parola interessante siano alieni alla maggior parte della popolazione mondiale. domenica pomeriggio ascoltavo shrinebuilder e mi sono perduto in una disamina che ha esaurito il peraltro già sufficientemente scarso pacchetto di sinapsi destinate alla domenica pomeriggio, solitamente dedicata ad attività di profilo intellettuale non eccelso come guardare il muro, esaminare le ferite che il mio corpo reca ormai con sempre più frequenza e della causa delle quali non sono nemmeno lontanamente a conoscenza ed ascoltare musica a volumi insensati per sopprimere quella sorta di ronzio che potrebbe essere una parvenza di pensiero che tenta di fuggire dalla mia corteccia cerebrale, o da qualunque altra parte si formi il pensiero nella mia cazzo di testa. mi pare doveroso spiegare per colmare la vostra abissale ignoranza - nella mera illusione che qualcuno, escluse le due o tre persone che di queste cose sanno e per cui la spiegazione sarà puramente pleonastica, davvero legga tutto questo - che shrinebuilder è una band composta da dale crover, scott kelly, al cisneros e wino, ovvero fondamentalmente loro:

il che con una metafora non troppo ardita è assimilabile a gesù, allah, visnù e buddah che decidono di formare una nuova religione, il cui simbolo sia un crocifisso con il burka ed otto braccia adagiato sotto salice o qualunque tipo di arbusto sotto il quale siddartha abbia raggiunto il nirvana, ed il parallelismo mi pare plausibile, dato che in questo disco convergono neurosis, una certa psichedelia à la om - e, ça va sans dire, ci si sentono anche gli sleep ed anzi per un motivo oscuro ho iniziato a pensare che se fossero ancora tra noi gli sleep oggi suonerebbero più o meno così -, la pesantezza dei melvins e la lentezza del doom vagamente settantiano dei saint vitus, unite peraltro ad un certo flavour impercettibilmente southern stoner che ricorda qualcosa dei down in alcuni passaggi - e quindi nel simbolo religioso sopra citato potremmo per completezza inserire anche un qualsivoglia simbolo animista di cui non sono a conoscenza - ed il tutto risulta commuoventemente armonico e monolitico - e non capisco chi, come ho letto da qualche parte, si lamenta della scarsa originalità e del manierismo e della poca passione: io voglio esattamente questo da un disco del genere, una summa di tutto ciò che questo tipo di musica dovrebbe essere, senza contare che se canta scott kelly può anche essere un disco di canzoni di natale, a me va bene lo stesso.
stasera forse parteciperò ad una festa in un locale, il retablo - dove sono andato una sola volta e sono stato accolto da boys boys boys di sabrina salerno, ed ero sull'orlo delle lacrime per questo -, festa organizzata da un pakistano con cui seguo il corso di spagnolo, un pakistano che parla poco inglese e non ha nemmeno una lontana idea del castigliano, del catalano, del basco, del galiziano o di qualunque altro dialetto parlato nella penisola iberica, il che potrebbe dare un'idea del livello del mio corso di spagnolo, pericolosamente vicino ad un kindergarten dove giovani napoletani tra uno schiamazzo e l'altro rivolgono le loro attenzione a polacche intelligenti e brillanti quanto un posacenere, facendomi una volta in più invocare il caro vesuvio. non ho nessuna voglia di andare a questo party, ma il flyer che mi è stato recapitato parlava di un fantomatico dj che metterebbe, tra le altre cose, dischi shoegazzing e posthardcare e sono curioso di capire di che generi si tratti, dato che in particolare l'ultimo mi ricorda un modello assistenziale di follow up del cancro al colon, o qualcosa del genere, ma tutta questa è solo spocchia, la spocchia per la quale sono famoso e per cui la gente mi ama, no?



